SI SPERA IN UN CAMBIO DI MERCATO

Al crescente fabbisogno interno si è poi stimato più utile fare fronte con l’importazione dai paesi mediterranei produttori di olio d’oliva, come Spagna, Grecia, ma anche Tunisia, Marocco, Asia minore.

La Comunità Europea prima e l’Unione Europea poi, hanno portato avanti una politica agricola rovinosa per l’Italia: oggi importiamo fagiolini dal Marocco, pomodori dalla Tunisia, olio da tutti i paesi compresa, per quanto possa essere assurdo, l’Inghilterra, spesso attraverso abili triangolazioni.

Il motivo è che i prezzi dell’olio estero sono competitivi rispetto a quello italiano: nessuno sembra preoccuparsi dei motivi perché ciò avvenga, nessuno mostra di considerare che il prezzo di vendita del prodotto è determinato non solo dal costo delle materie prime e da quello di lavorazione, ma da una serie di oneri, oltre quelli fiscali, diversi nei vari paesi e che conseguono dalla legislazione in materia, ad esempio, di tutela del lavoro, dell’igiene degli alimenti, ai divieti di usare questa o quella sostanza per aumentare la resa.

In Spagna, ad esempio, è consentito l’uso del talco, di disporre liberamente dei residui di lavorazione, tutte cose che hanno un costo aggiuntivo.

Perché meravigliarsi poi se i prezzi dei prodotti agroalimentari in Italia, dal latte all’olio, sono più elevati di quelli di altri paesi?

Perché allora non creare le premesse per aumentare la produzione della materia prima -le olive- attraverso incentivi che possono andare dalle agevolazioni fiscali alla concessione di terre di proprietà pubblica per la coltivazione delle olive, come fece ad esempio nel XVIIIº secolo Carlo di Borbone, Re di Napoli, nelle terre di Puglia, ancora oggi la regione italiana con maggiore produzione di olive?

 

L’aumento della produzione interna scoraggerebbe l’importazione anche rispetto ad un prodotto di maggior costo se esso è di qualità superiore ed offre garanzie di produzione che quello importato non può offrire, ad iniziare ad esempio dalla indicazione delle cultivar usate, tanto importanti per il gusto dell’olio.

L’aumento della produzione di olive e il prezzo del prodotto è solo un aspetto della questione: l’altro è la qualità: significa che chi produce olio dalle olive potrà metterci, come suol dirsi, la faccia, garantendo la qualità non con la sigla anonima di una certificazione ma con il marchio della sua azienda, con l’attestazione pubblica della esperienza e della professionalità di chi lo produce, con l’indicazione della provenienza della materia prima, da quella Italia che un tempo aveva un paesaggio agrario caratterizzato dagli oliveti.

Liberi naturalmente coloro che ritengono che la situazione attuale sia la migliore possibile, che convenga magari cercare di ottenere l’espianto degli ulivi per vendere il terreno come edificabile, che sia opportuno sostituire gli ulivi con colture più redditizie (per esempio le nocciole): la domanda è se i pubblici poteri possono continuare a condividere questa logica, se la battaglia in sede di conferenza Stato-Regioni da parte di alcune regioni contro l’alta qualità sia conseguenza di una scelta deliberata, di una scarsa conoscenza dei termini della questione o, ancora una volta, la difesa miope di piccoli interessi di bottega (elettorale).

Continuiamo così e finiremo per produrre solo olio di oliva con la sansa secca acquistata all’estero.

Vogliamo veramente che ciò accada?

Il tempo non è lontano: quest’anno la disponibilità di olio italiano, ottenuto in Italia con olive italiane, sarà disponibile solo fino a metà dell’anno.

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