Lavoriamo con le scuole?

Ecco un primo resoconto del progetto di Alternanza Scuola-Lavoro svolto con i ragazzi del Liceo Linguistico Parmenide presso la Tenuta Colline di Zenone:

Uno smartphone, un pc ed una macchina fotografica: sono stati gli unici strumenti essenziali nel nostro progetto “Cibo, cultura, identità: così divento imprenditore”. Ma sono rimasti strumenti, l’argilla sulla quale abbiamo scavato il tempo passato insieme è stata la nostra anima, la nostra persona.

Fin dal primo giorno in qualità di “esperto aziendale”, con i miei 21 anni e la mia laurea ancora da afferrare, ho ritenuto doveroso innanzitutto capire con chi mi sarei andato ad interfacciare nei giorni seguenti. La situazione che mi si è prospettata è stata drammatica: una schiera di 22 sedicenni (ed un batuffolo ancora in grembo) in preda al loro futuro. Il concetto stesso di futuro ha storicamente sempre intimorito soprattutto i più giovani, ma portava con sé il gusto dell’imprevisto, il piacere della sfida, il sogno di poterne uscire vittoriosi contro sé stessi. Ma con loro sembrava tutto diverso. E non erano gli unici. Evocavano nella mia mente i ricordi di quelli che, pochi anni prima erano i miei compagni di banco, di classe, semplici coetanei, e qualcuno lo è tuttora. Il quadretto che mi immagino è quello di un branco di gazzelle, giovani e agili, predate e messe in timorosa fuga dal vecchio e pesante leone di turno, che se non ti ha preso ora si rifarà la prossima volta.

La mia idea di futuro non è questa, non si tratta di preda e predatore. Più di una coppia di passeri in amore. Danzano, cantano e si rifiutano fino a quando non intonano lo stesso cinguettio e il miracolo della vita è compiuto. Dialettica dell’amore e della crescita. Non l’acerba congiura della morte.

Ecco, questo ho cercato di trasmettere a quei 22 ragazzi, con batuffolo annesso, di cui sopra. Non si può essere sedicenni senza sogni, congelati nella macabra attesa del futuro che a parole soltanto “l’estero” riesce a venderci. Partendo da tutto ciò ritengo sia stato cruciale il rapporto fraterno che fin dal primo giorno si è instaurato naturalmente con i ragazzi/studenti, i quali hanno visto, nella figura del quasi sbarbato che ancora sono, non un impartitore di compiti o venditore di parole, ma un fratellone del quale fidarsi, con il quale saper comunicare e dal quale saper apprendere quanto di buono può offrirti.

Non si può diventare imprenditore di nulla, in primis di sé stessi, se non si ha fiducia, conoscenza e apprezzamento per la propria persona o quelle che quotidianamente ci circondano. Dunque, moltissimo del tempo è stato incentrato sul rapporto con gli altri e le responsabilità che ne derivano. È facile dire che in una zona rurale come il nostro Cilento non si fa nulla, quando noi in primis non muoviamo un dito per provare a cambiare anche solo una qualche sfumatura. E ritornando al concetto della responsabilità, non è sceso alcun programma, bello e costituito, dall’”alto”: i ragazzi, in una logica di auto-organizzazione, si sono autonomamente e responsabilmente dati dei ruoli, ai quali sarebbe stato sicuramente difficile non assolvere.

Infine, tutto questo criterio organizzativo è stato utilizzato all’interno di un vero e proprio progetto, anche questo partorito dall’intero gruppo di ragazzi e non affidato loro già precostituito.

Ma tornando ai tre semplici strumenti accennati prima, questi hanno rappresentato la vera chiave di svolta del progetto, infatti hanno fatto si che una fredda tabella riassuntiva del progetto si trasformasse in un prodotto creato dai ragazzi, fruibile ai ragazzi e apprezzato dai ragazzi. Un video, anzi 2. Ma di questo ne riparleremo non appena saranno pubblicati…

@rammauro_countryman

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